La crisi delle banche e il libro rosso di De Bortoli

di Mario Corbino.

Quindici anni da me trascorsi in passato come consigliere di una banca del napoletano mi offrono la possibilità di raccontare come vanno le cose in quel complesso sistema. Le maggiori preoccupazioni nei vertici degli istituti sono sempre le stesse: l’insolvenza di un cliente importante, magari appoggiato da un esponente politico, e le difficoltà di gestione degli istituti di minore dimensione.

Perciò possiamo dire che ogni giorno nel settore del credito, nei governi e nelle amministrazioni locali si discute di recuperi, di salvataggi, e di fusioni. Quindi De Bortoli ha scoperto l’acqua calda, e lo ha fatto in malafede, per la necessità di spingere le vendite del proprio libro.

Ricorrendo però a vicende vecchie di quasi tre anni, ha scommesso sullo scandalo, che poi, grazie alla diffusa ignoranza della nostra classe politica, ha avuto la risonanza necessaria a vendere qualche decina di copie in più. Di questo si tratta. Dovete sapere che quando parliamo di decine di migliaia di copie, se non vi chiamate Saviano con Gomorra o Vespa con i pettegolezzi della politica, siamo fuori strada.

Perché si parla tanto di banche?

Anche se vi chiamate De Bortoli. E allora perché si parla tanto di banche? Perché il settore è in grande difficoltà. Le nuove regole imposte dagli accordi di Basilea, e il calo dei tassi attivi, che si sono ridotti a un terzo, hanno sballato tutti i piani finanziari della gestione del credito.

Quindi la corsa ad associarsi, a vendersi, e a chiudere decine di filiali in perdita. Poi se ne parla per il riflesso sul territorio, dimenticando che esiste la categoria dei bancari, ben diversa da quella dei banchieri, che inquadra i funzionari dello sportello, che devono, quelli si, fronteggiare le pene del debitore insolvente, e i rischi del cliente che vuole investire quattro soldi, sperando in redditi che non esistono più.

Quando parliamo degli impiegati, e sono decine di migliaia, affiora un sostantivo plurale: esuberi, che li atterrisce, perché soprattutto gli anziani, meno esperti di informatica e più costosi per l’azienda, rischiano la rotazione. Io difendo gli impiegati. E solo loro.

Perché dietro c’è una famiglia, che venti anni fa sperava in un’assunzione in banca, e oggi teme di perdere tutto. Ecco perché i ministri, i sindaci, i governatori delle regioni, consapevoli del ruolo che ricoprono, parleranno ogni mattina di banche. Diverso è il comportamento troppo spesso biasimevole dei banchieri.

Il silenzio di Federico Ghizzoni

Che poi sarebbero gli strapagati superdirigenti. Come quel Ghizzoni che sull’argomento Boschi evita di farsi sentire. Vede quel maledetto telefono che ha sulla scrivania, in Svizzera, dove risiede, come io vedrei l’abbraccio di un lebbroso. Basterebbe una semplice telefonata, per dire, al colto e all’inclito pubblico, che di banche si discute dovunque, a ogni ora del giorno e della notte, confermando che tutti parlano di tutto, perché i problemi, nel sistema, soprattutto per le piccole banche, sono enormi.

Ma proprio lui, il Ghizzoni, che conosce tanti segreti, che farebbero gola a cento pettegoli alla De Bortoli o alla Travaglio, tace, tenendo ben stretti tra le mani i 10 milioni di euro che ha ricevuto come liquidazione, quando cessò prima del previsto il suo mandato di Capo Supremo dell’Unicredit.

Mi sembrano troppi soldi, per assicurare il silenzio su una misera bugia giornalistica, creata per vendere qualche copia in più.

Mario Corbino

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