La shoah e la memoria storica delle tragedie

di Angelo Emanuele Parisi.

Fra qualche giorno ci ricorderemo (e forse solo per quel giorno) della shoah (dal greco tempesta devastante), dell’olocausto del popolo ebreo, voluto, programmato e portato a termine dai nazisti del Terzo Reich e in parte anche dai fascisti nostrani a iniziare dal 1939, fino al 1945.

Una tragedia mondiale che oltre ad avere provocato lo sterminio di 6 milioni di esseri umani, la cui sola colpa era quella di appartenere alla tanto vituperata razza ebraica, ha anche segnato per sempre sia la coscienza storica mondiale (forse sarebbe più corretto dire che ha segnato storicamente la coscienza giusto per dare una data certa di inizio certificata della coscienza storica dell’umanità), sia dei popoli che perpetrarono sia di quelli che subirono questa bestiale carneficina (sarebbe anche interessante ragionare sul perché della insussistenza di una qualsiasi forma di resistenza da parte degli ebrei e del fallimento degli sporadici episodi di ribellione contro una persecuzione che subirono pressoché passivamente ma non è su questo che adesso vorrei riflettere).

Tutte le date simboliche che avrebbero dovuto segnare l’inizio di una fine

Non basterà avere introdotto giustamente per legge il reato di negazionismo: era il minimo che avessimo potuto fare. Tuttavia ci ricorderemo del male che alcuni uomini provocarono a milioni di altri uomini solo per un giorno, il 27 gennaio, così come facciamo anche l’11 settembre di ogni anno, il 16 marzo 1978, data del rapimento di Aldo Moro e della fine di una idea fraudolenta della ragion di stato, il 23 maggio del 1992, quando uccisero Falcone e il 19 luglio 1992 quando uccisero anche Borsellino: tutte date simboliche che avrebbero dovuto segnare l’inizio di una fine e che invece tutte insieme, sono dei passaggi e dei collegamenti di continuità tra un passato pesante ed un futuro d’incertezza, come sistemi macroscopici complessi e complicati su cui ruotano via via altri sistemi più microscopici ma ugualmente complessi e complicati.

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Periodicamente proveremo di ricordarci di ricordare: sempre meglio che dimenticarle completamente queste e di ricordandosi solo di San Valentino o di ché so io quale altra ricorrenza sponsorizzata da chissà quale industria del cioccolato o delle bibite gassate. Comunque, facciamo bene a ricordarci e a ricordare.

Paragonare la shoah al conflitto siriano

Così mi viene quasi spontaneo e naturale paragonare la shoah al conflitto siriano e al fenomeno dell’immigrazione: tutto si svolge sotto i nostri occhi nella più totale indifferenza e in assenza di qualsivoglia forma di pietà. Non possiamo ritenerci meno colpevoli dei tedeschi che sapevano e tacevano dello sterminio degli ebrei: parlo personalmente per me, non mi sento la coscienza in pace.

Prevengo subito le pertinenti osservazioni di coloro che mi diranno che sono cose molto diverse tra loro: vi anticipo, sono fenomeni molto diversi tra loro. Tuttavia, come non fare un paragone tra il dolore e il genocidio di popoli così diversi e lontani storicamente (non troppo geograficamente però e anche questo è un dato molto significativo che dovrebbe farci riflettere maggiormente)?

Riusciamo ancora a parlare di umanità?

Che sia ebrea, magrebina, nigeriana, siriana, europea o americana o non so di quale altra origine, credo che la sofferenza, la paura ed il terrore, l’indifferenza ed infine l’opportunismo di chi ci ha guadagnato in passato con la persecuzione degli ebrei e con il traffico degli esseri umani oggi, sia elemento universale di cui la coscienza storica dell’umanità non potrà non tenere conto (se ancora riuscissimo a parlare di umanità nel significato più profondo del termine).

La solidarietà è qualcosa che ci dovrebbe distinguere da tutti gli altri esseri viventi appartenenti al regno animale (non a tutti in verità) ma anche che ci dovrebbe migliorare nel nostro cammino nella formazione di un’idea di progresso etico della collettività mondiale (e non dico volutamente progresso morale, sostenendo così da parte mia proprio la laicità e dunque l’autonomia dell’idea di un pensiero democratico).

Bei discorsi (forse anche un pò troppo filosofici), bene allora: è notizia recente (e costume storicamente collaudato), che qualcuno si sia talmente arricchito con la solidarietà verso gli immigrati da comprarsi perfino una Ferrari e che qualcun altro addirittura abbia definito con molta naturalezza e disinvoltura che, questa nobile attività filantropica fosse più redditizia del traffico della droga e delle armi.

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L’Italia e la tragedia del malaffare

Ma in Italia al malaffare non manca mai quell’universo oscuro che si muove all’ombra del sottobosco politico e al margine della legalità (fino a quando qualche magistrato deciderà di indagare su queste strane coincidenze, spostando così forse solo provvisoriamente questo universo dal margine della legalità in cui si trova attualmente al centro di un disegno criminale in cui dovrebbe essere più propriamente collocato).

Alludo (neanche tanto velatamente) a tutte quelle cooperative rosse e bianche gestite direttamente dai politici o indirettamente dai loro parenti e dai loro uomini: sono gli stessi politici che si occupano e si sono occupati di regolamentare, gestire e infine di legalizzare un sistema di accoglienza che fa acqua da tutte le parti, politicamente, socialmente ed economicamente, innescando peraltro un problema di conflitto di interessi per cui in Italia, ci siamo assuefatti fin dai tempi della scesa in campo di Silvio Berlusconi, padrone di mezzi di informazione prima e presidente del consiglio poi.

Tutto quello che altrove normale non è, da noi lo diventa e se serve anche per decreto legge. Non mi dilungo in questo impietoso confronto fra due tragedie di portata mondiale anche per non sminuire involontariamente quel rispettoso e doveroso senso di pietà e di dolore, sia verso gli ebrei deportati nei campi di concentramento nazisti, sia per gli immigrati deportati nei Campi di identificazione e di prima accoglienza.

Non credo di fare una forzatura unificando in un comune ed universale senso del dolore e sofferenza e di indignazione e ripudio contro i vecchi e i nuovi nazisti. La storia e’ storia, la cronaca invece, lo sappiamo bene è quotidiana. Speriamo solo che il giorno della memoria della shoah non diventi con il tempo e per colpa nostra, il giorno dell’indifferenza della memoria, perché se ciò accadesse, sarebbe veramente la fine anche di quello che ormai unicamente ci rimane: l’utopica speranza di costruire una società migliore di quella in cui viviamo.

Angelo Emanuele Parisi

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