La verità di un borghese piccolo piccolo

di Angelo Emanuele Parisi.

La verità non dovrebbe essere relativa e variabile, a seconda da quale punto di visto si osservi, ma comunque sempre immutabile, fredda ed oggettiva. La verità sul sequestro, la tortura ed infine l’assassinio di Giulio Regeni, ancora dopo un anno, non la conosciamo.

Sappiamo solo che le autorità egiziane hanno ripetutamente cambiato la versione dei fatti, a volte negando cose evidenti, altre facendole goffamente venire a galla contro la loro stessa volontà; probabilmente in questo omicidio c’è il loro coinvolgimento diretto e indiretto, neanche tanto casuale o improvvisato ma intenzionale e programmato, visto che sappiamo per certo che il ricercatore italiano fosse spiato da tempo da parte dei servizi segreti egiziani.

Possiamo anche ipotizzare che lo stesso Regeni fosse stato considerato una spia occidentale che, attraverso le sue inchieste e i suoi contatti, avesse passato informazioni agli agenti della CIA e che sia per avere altre conferme delle sue conoscenze, sia per estorcergli nomi e cognomi dei dissidenti e degli oppositori del regime egiziano che lui conosceva e frequentava, fosse stato rapito, torturato ed ucciso.

Le verità sulla morte di Giulio Regeni e Stefano Cucchi

Ma nessun’altra verità verosimilmente potrà mai essere accertata oggettivamente e quello che verrebbe a galla e che sapremmo sarebbero sempre le solite verità di comodo, dunque menzogne trattate e ritrattate, riviste e corrette poi con altre menzogne. Non sappiamo la verità sulla morte di Giulio Regeni e non sarà facile conoscerla.

Così come non sappiamo la verità sulla morte di Stefano Cucchi: menzogne, mezze verità, contraddizioni, depistaggi anche da parte di figure che hanno avuto un ruolo istituzionale nella vicenda e che hanno parzializzato i dati oggettivi o astrusamente motivato, con incomprensibili giravolte pseudo scientifiche, la causa della morte di Stefano Cucchi.

Due casi diversi tra loro ma che, oltre allo strazio e al dolore dei familiari e dell’indignazione che hanno suscitato nell’opinione pubblica, hanno molti punti di contatto, come i depistaggi istituzionali, le falsità ideologiche, le contraddizioni affiorate tra le verità ufficiali, studiate a tavolino, uscite fuori, tranquillamente ritrattate, opportunamente sostituite alla realtà dei fatti, invece che la nuda e cruda verità.

Quello che è grave, nel caso di Stefano Cucchi è che la verità che si vuol conoscere non dovrebbero dircela le autorità egiziane ma quelle italiane. Le stesse figure istituzionali che chiedono fermamente di conoscere i fatti sul caso Regeni, dovrebbero esigere la verità anche sul caso Cucchi.

Dico amaramente dovrebbero, perché all’infuori del presidente della Camera Piero Grasso, del senatore Luigi Manconi e dei soliti instancabili difensori dei diritti di tutti, quali i radicali, a nessun’altra figura istituzionale è interessato puntare il dito contro le frottole raccontate finite d’altra parte nell’indifferenza dell’emotività dell’opinione pubblica.

Anche questa è una differenza che salta subito agli occhi, quasi che ci fosse un falso pudore nel pretendere la verità e dunque la giustizia (anche se più frequentemente le due cose non coincidono), e parteggiassimo per una forma di opportuna presentabilità evocativa di educazione borghese ed una predilezione preferenziale al perbenismo (Giulio, il figlio splendido e brillante che tutti vorremmo, Stefano quello debole, pieno di contraddizioni e di difetti, che un pò ci fa vergognare quando ne parliamo con gli amici), piuttosto che all’assurda quotidiana miserabilità di quest’essere vivente che è l’uomo imperfetto: ma l’uccisione di un tossicodipendente richiede la stessa verità e giustizia come quella di un eccellente ricercatore. Forse non è stata una velata di discriminazione ma più banalmente di imbarazzo, non dovendo chiedere la verità e pretendere chiarezza da autorità straniere ma dalle stesse istituzioni di cui si fa parte.

Le verità sulle “stragi di stato” in Italia

Non siamo riusciti ad avere la verità da altri governi, come fu per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi a Mogadiscio nel 1994, per Nicola Calipari ucciso a Bagdad nel 2005, Vittorio Arrigoni ucciso a Gaza nel 2011, come tanti altri italiani uccisi all’estero (ricordo 9 torturati e uccisi a Dakka nel 2016), tutte morti di cui non sappiamo nulla o quasi.

Così come è avvenuto (vado a mente perché l’elenco sarebbe davvero lungo e angosciante) per le stragi di stato in Italia: da quelle ad opera della mafia, alle stragi di Piazza Fontana nel 1969, la strage di Bologna nel 1980, la strage di Piazza della Loggia nel 1974, la strage dell’Italicus nel 1984, la strage di Ustica nel 1980, la strage in via dei Georgofili nel 1983, tutte stragi avvenute in Italia, di cui per quasi tutte non conosciamo mandanti, esecutori e motivi o se qualcosa la sappiamo è solo una verità parziale mai completa, spesso manipolata e manomessa dai servizi segreti italiani e perfino dalle stesse figure istituzionali della repubblica.

La morte ed il dolore, sono condizioni dolorose e devastanti per tutti sempre e in ogni caso, ben altra cosa insomma da una retorica commemorativa ed da un falso perbenismo tutto italiano.

Angelo Emanuele Parisi

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